«E avviene così che la scena si sfasci. La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, il pasto, il tram, le quattro ore di lavoro, il pasto, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo... questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo.» (Camus, Opere: Il mito di Sisifo, p. 214)
Chi è Sisifo?
Nella mitologia greca, Sisifo è il re e fondatore di Corinto. Secondo Omero, «il più saggio e il più prudente dei mortali» (Camus, Opere: Il mito di Sisifo, p. 315); secondo altre tradizioni, l’uomo più scaltro, astuto e imbroglione del mondo antico.
Oltre ad aver commesso alcune leggerezze nei confronti degli dei, la sua colpa principale fu quella di averli osato beffare, in particolare Zeus e Ade, riuscendo persino a ingannare e incatenare la Morte (Thanatos) per evitare di morire.
Quando gli dei riuscirono finalmente a catturarlo nell’Oltretomba, gli inflissero una punizione esemplare ed eterna per punire la sua arroganza (hýbris): spingere un enorme masso dalle pendici fino alla cima di una montagna. Ma questo non bastò. Ogni volta che Sisifo si avvicina alla vetta, stremato dalla fatica, il masso sfugge dalle sue mani e rotola inesorabilmente verso il basso, costringendolo a ricominciare da capo per l’eternità.
Il Mito di Sisifo di Albert Camus
Nel Mito di Sisifo, Albert Camus attualizza il destino del protagonista paragonandolo alla condizione dell’uomo quotidiano: Sisifo è un eroe assurdo che si adopera con tutto il suo essere per non portare a termine niente.
L’uomo moderno si sveglia, prende il tram, lavora otto ore, cena e dorme, e poi ripete lo stesso identico ritmo il giorno dopo e quello dopo ancora. Un lento logorio fatto di routine, in cui i giorni, le settimane, gli anni scivolano via velocemente.
Poi, a un certo punto, qualcosa si sbriciola nella mente: la stanchezza rompe l’automatismo. Per Camus, la discesa del masso diventa il momento di consapevolezza di Sisifo, la lucida percezione di uno sforzo del tutto inutile. L’assurdo emerge quando l’uomo si ferma e si chiede «Perché?». Tuttavia, la ragione non può risolvere l’assurdo; può solo constatarlo. Si crea un vicolo cieco logico.
Ed è proprio questa lucidità che lo rende libero.
«Soltanto, un giorno, sorge il «perché» e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. «Comincia», questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo.» (Camus, Il mito di Sisifo, p. 214)
La stanchezza segna non la fine ma un inizio. Non una crisi ma un atto di liberazione.
Anche se la punizione di Sisifo rimane identica, il masso rotola sempre giù, cambia la percezione. Sisifo diventa cosciente, accetta l’assurdo e decide che quel masso è suo, trasformando la condanna in un atto di libertà. Così Camus scrive nel finale: «Bisogna immaginare Sisifo felice» (Camus, Opere: Il mito di Sisifo, p. 319).
Ma questo può bastare?
Chi è Sisifo oggi?
Forse lo conosci. Forse sei tu.
Si sveglia presto, ogni mattina. Ha una lista di cose da fare, obiettivi da raggiungere, aspettative da soddisfare — le proprie e quelle degli altri. Lavora molto, forse troppo. Si impegna, si migliora, si misura. Sa che potrebbe fare di più, essere di più, rendere di più.
È un essere umano — insegnante, genitore, impiegato, studente o manager — che vive come se ogni giorno fosse una gara: contro il tempo, contro gli altri, contro sé stesso.
Il Sisifo contemporaneo non spinge un masso di pietra. Spinge qualcosa di più pesante e invisibile: l’ansia da prestazione, il perfezionismo, il controllo, la paura di non essere abbastanza. Si ostina a dormire anche quando non ci riesce. Cerca di interrompere un rituale ossessivo con la forza di volontà. Prova a controllare l’ansia controllandola — e così la alimenta. Si convince che essere sempre più veloce, più produttivo, più performante sia una scelta libera, un segno di crescita personale.
E questo equivale a spingere all’infinito un macigno enorme.
La condanna non arriva dall’Olimpo. Si manifesta sotto forma di stanchezza cronica, burnout, ossessioni, perfezionismo senza fine. Arriva silenziosa, dentro una società che ha trasformato il miglioramento di sé in un imperativo morale, dove il valore di una persona si misura in risultati concreti, guadagni, visibilità, approvazione sociale.
Nella nostra società della performance, descritta con lucidità dal filosofo Byung-Chul Han (2010), non siamo più controllati dall’esterno, come nelle fabbriche di Foucault (1975). Ci controlliamo da soli, dall’interno. Ci auto-imponiamo standard sempre più alti. Ogni spazio, anche quello virtuale, anche quello del tempo libero, deve essere utile, produttivo, dimostrabile. Persino il riposo deve essere ottimizzato.
L’identità del Sisifo contemporaneo si fonde con i suoi risultati. Se performa, vale (Cavaleri et al., 2016). Se si ferma, teme di sparire.
Se Sisifo mi chiedesse una consulenza psicologica
Quel continuo spingere il masso alimenta e mantiene in vita il disturbo, con uno sforzo immane che si ritorce contro chi lo compie.
Per il Sisifo contemporaneo questo sembra un destino inevitabile, una maledizione appunto.
All’interno di un approccio strategico, invece, guiderei Sisifo a usare la sua energia mentale a suo favore.
Laddove Camus usa l’assurdo per spingere l’uomo ad accettare la realtà con dignità e ribellione interna, con un approccio strategico userei il paradosso come leva per smontare i massi mentali che Sisifo continua a spingere inutilmente ogni giorno.
L’obiettivo non è spiegargli il problema, ma fargli vivere qualcosa di nuovo: un’esperienza emozionale correttiva, quel momento in cui qualcosa si riorganizza nel profondo, non perché lo ha compreso con la mente, ma perché lo ha sentito diversamente, nel corpo, nell’emozione, nel respiro (Nardone, 2008).
Per schiudere la coscienza con un brivido, non con la logica.
Il valore strategico della discesa
Nella mitologia, quando Sisifo scende lungo la montagna per recuperare il masso, gli dei credono di infliggergli un’ulteriore umiliazione. Ma Camus ci mostra che è esattamente lì, nella discesa, nella pausa, nel non-fare, che Sisifo diventa superiore al suo destino.
Durante quella camminata non sta producendo nulla, non sta raggiungendo vette. Eppure è proprio lì che si riappropria di sé.
La psicoterapia breve strategica conosce bene questo momento. Sa che il problema non va combattuto né fuggito: va attraversato. Il masso non è il nemico, è lo strumento. Quello che sembrava una condanna diventa il punto esatto di trasformazione.
La pausa non è debolezza. È uno stratagemma. In un mondo iperattivo che spinge a correre sempre più forte, fermarsi deliberatamente è un atto paradossale e rivoluzionario. Quando smettiamo di controllare tutto, il cervello si ricarica, trova spazio, genera soluzioni proprio quando smette di cercarle disperatamente.
Le pause sono come gli spazi bianchi tra le parole. Senza di essi, le lettere si accavallano e il significato svanisce nel rumore.
Sisifo e la “trappola della felicità” (Harris, 2024)
Camus chiude il suo saggio con una frase diventata celebre: «Bisogna immaginare Sisifo felice.» (Camus, Opere: Il mito di Sisifo, p.319)
È una frase bellissima. Ed è anche, per il Sisifo di oggi, l’ultima trappola.
Perché se la felicità diventa un obiettivo da raggiungere, un nuovo traguardo da conquistare, un’ulteriore prova da superare, allora è solo un masso diverso. Più leggero nell’aspetto, più insidioso nella sostanza.
La società della performance non si limita a chiederci di produrre, competere, eccellere. Ci chiede anche di essere felici. Di praticarlo, dimostrarlo, esibirlo. Una felicità intesa come risultato misurabile, come stato da ottimizzare, come ennesima performance da non mancare.
E così Sisifo riprende a spingere, questa volta verso la vetta della felicità.
Il Sisifo davvero libero non è quello che ha raggiunto la felicità. È quello che ha riconosciuto la trappola. Che ha smesso di inseguirla come un masso. Che si è fermato, non per rassegnazione, ma per una consapevolezza nuova e più profonda.
Forse la libertà ha la forma dello stupore, di una presenza consapevole, di una discesa percorsa senza fretta.
Allora, credo che oggi si potrebbe immaginare Sisifo consapevole.
Riferimenti bibliografici
Byung-Chul Han (2010). La società della stanchezza. Nottetempo.
Camus, A. (1947-61/2000). Opere. Bompiani.
Cavaleri, S., Lo Piccolo, C., Ruvolo, G. (2016). L’inutile fatica. Soggettività e disagio psichico nell’ethos capitalistico contemporaneo. Mimesis.
Ehrenberg, A. (1998). La fatica di essere sé stessi. Einaudi.
Foucault, M. (1975). Sorvegliare e punire: nascita della prigione. Einaudi.
Hayes, R. (2024). La trappola della felicità (2ª ed.). Erickson.
Kaës, R. (2012). Il malessere. Borla.
Nardone, G., Balbi, E. (2008). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Ponte alle grazie.
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